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INTRODUZIONE


INTRODUZIONE

In occasione del 450° anniversario della sua nascita la Galleria Borghese dedica una mostra a Marcello Provenzale, protagonista della rinascita del mosaico nella Roma tra Cinque e Seicento, la cui carriera fu profondamente segnata dal rapporto con la famiglia Borghese, che ne riconobbe il talento e lo volle come artista di fiducia, legame destinato ad accompagnarlo per tutta la vita, tanto che Provenzale morì il 4 giugno 1639 proprio nel Palazzo Borghese in Campo Marzio. Per Paolo V e per il nipote Scipione eseguì, accanto ai lavori nella Basilica vaticana, raffinati mosaici minuti da cavalletto destinati alla collezione privata, tra cui la Madonna col Bambino, l’Orfeo e il Ritratto di Paolo V. Queste opere testimoniano la fortuna del mosaico come oggetto da collezione nel primo Seicento. Emblematica è la Civetta con uccelli, donata nel 1631 da Scipione al granduca Ferdinando II de’ Medici, mentre il Ritratto di Paolo V traduce in forma musiva l’idea di eternità applicata alla rappresentazione del potere: la fisionomia del pontefice, fissata in tessere vitree, diviene immagine imperitura della casata.

Marcello Provenzale, nato a Cento nel 1576 e presto specializzatosi a Roma nell’arte musiva, si colloca nel clima controriformato del tardo Cinquecento, quando l’antica arte del mosaico conobbe a Roma una nuova stagione di fortuna. La scelta di impiegarla nella Cappella Gregoriana di San Pietro (1578-1580) non fu soltanto un omaggio all’antichità cristiana, ma un gesto fortemente simbolico: il mosaico, che Giorgio Vasari aveva definito «pittura per l’eternità», diveniva il linguaggio della Chiesa rinnovata. Attivo nel cantiere di San Pietro già dal 1600, partecipò alla decorazione della Cappella Clementina e della cupola. Paolo V gli affidò inoltre altri incarichi di prestigio, tra cui lo stemma Borghese nella navata della basilica (1614) e il restauro della Navicella di Giotto (1617-1618). Il nome di Provenzale fu presto associato a un nuovo modo di concepire l’arte musiva: Ottavio Leoni lo definì inventor novi modi conficiendi opus musivum, mentre Paolo V, nel chirografo del 1616, gli riconobbe «un nuovo modo di far mosaico assai diverso e più bello dell’antico». La tecnica del mosaico filato, basata sulla trafilatura degli smalti vetrosi in sottili bacchette, consentì a Provenzale di ottenere sfumature cromatiche di straordinaria finezza, capaci di competere con la pittura.




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